Effetto sorpresa (quarta ed ultima parte)

(nella puntata precedente)

La mia espressione stupita la fece sorridere.

“Ciao, tu devi essere Andrea, quello del treno. Entra pure che Anna sta finendo di farsi una doccia.”

Perplesso accedo alla camera già un po’ in disordine, mentre la ragazza dal caschetto biondo, lo sguardo furbo e i piedi nudi avverte la sua amica (?) del mio arrivo.

Mi guardo attorno cercando di leggere la situazione ma in realtà sono decisamente spiazzato.

“Hai portato una bottiglia? Che carino non dovevi.”

La ragazza bionda, chiaramente più a suo agio, cerca di superare l”impasse nell’attesa di Anna.

Finalmente, dopo qualche minuto, lei esce dal bagno, con l’accappatoio dell’hotel e un asciugamano in testa.

Sorride sorniona mentre mi si avvicina spiegandomi:

“A dire il vero stasera avevo già un appuntamento con Barbara, ma mi attirava l’idea di passare la serata anche con te. Non ti dispiace vero?”

“No, non mi dispiace.”

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Camera 317 (terza parte)

(nella puntata precedente)

Alla stazione c’è un minimarket. Decido di spendere la mia mezz’ora di attesa andando a scegliere una bottiglia con cui presentarmi. Opto per una barbera di buona qualità che la signorina alla cassa mi confeziona in una busta di cartone color avana. Non so nemmeno se la apriremo ma mi pare brutto presentarmi a mani vuote.

Mentre mi incammino verso l’hotel immagino la serata che mi aspetta. Anna, così si chiama l’affascinante controllore, ha personalità da vendere, oltre che due tette da favola. Mi piace e per quel poco che ho potuto conoscerla mi dà l’idea che sia piuttosto disinibita a letto. Mi chiedo come si presenterà anche se non mi faccio molte aspettative sul suo outfit. In fin dei conti è qui per lavoro e difficilmente poteva essere preparata ad un incontro con uno sconosciuto.

Mentre percorro il marciapiede affollato, ripenso alle sue labbra carnose, pittate con un rossetto non troppo appariscente, ma capace di attirare il mio sguardo per tutto il tempo del nostro incontro. Ho voglia di sentirne il sapore, di averle sul mio corpo. Ripenso anche alle sue parole. Parlava di aspettative. Vorrà essere scopata forte? Vorrà sentire la mia lingua fra le gambe? Vorrà giocare con qualche sex toy? Adoro l’adrenalina che si crea quando mi ritrovo in un appuntamento inaspettato, quasi al buio. Un foglio bianco tutto da scrivere.

Come aveva previsto, nella hall dell’albergo c’è un discreto affollamento e nessuno fa caso a me mentre con passo deciso mi dirigo agli ascensori. Chiassosi turisti spagnoli con valigie ingombranti mi tengono compagnia mentre arriviamo al terzo piano.

Una placchetta dorata con due serie di numeri mi suggerisce quale parte del lungo corridoio ricoperto di moquette prendere, per raggiungere la camera 317.

Un respiro profondo per abbassare il battito leggermente accelerato e due tocchi con le nocche delle dita a bussare alla porta che lentamente si apre, riuscendo a cogliermi comunque di sorpresa.

Tutto mi sarei aspettato ma non quello che mi apparve davanti agli occhi.

(continua)

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L’appuntamento (seconda parte)

(nella puntata precedente)

Era stata di parola. Verso le 18,30 l’ho vista arrivare. Indossava ancora la divisa, ma i capelli sciolti la rendevano decisamente più attraente.

Sorrisi imbarazzati, frasi di circostanza. Ci salva il menù che facciamo finta di leggere prima di ordinare due spritz.

“Quindi ci provi con tutti i controllori che ti interessano?” mi chiede lei per cominciare a rendere più sintrigante la conoscenza.

“Solo quelli che hanno almeno quarta di seno” rispondo ironicamente.

Continuiamo a chiacchierare amabilmente rilanciando con le allusioni in maniera via via più provocante finchè lei va al vedo.

“Non è mia abitudine accettare inviti dai passeggeri, ma se lo faccio pretendo che sappiano ripagare a dovere le mie aspettative.”

“Non so quali siano ma ho idea che possano essere interessanti” replico sornione.

“Se vuoi te le posso spiegare bene. Stanotte mi fermo a Milano. Il mio hotel è a dieci minuti da qui. Lasciami mezz’ora per farmi una doccia prima di arrivare. Quando entri vai con passo deciso agli ascensori sulla destra senza farti notare dalla reception, a quest’ora saranno impegnati con gli arrivi. Stanza 317.”

(continua)

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Sul treno (prima parte)

Normalmente non mi azzardo. Ma quando l’ho vista ho pensato che un rischio, per lei, si poteva pure correre.

Parlo del controllore del frecciarossa. La divisa non le faceva molto onore, ma sotto quel cappello e quel completo austero, si intravedeva una donna che aveva molto da dire e da dare.

Per quello ho azzardato.

Quando mi ha chiesto il biglietto come molti altri ho mostrato la schermata del mio cellulare su cui, invece del classico messaggio in codice di trenitalia, c’era scritto:

Il mio PNR è 673942, ma avrei piacere ad offrirle un aperitivo quando è libera. Il mio numero di cellulare è 334……..

La sua reazione fu nulla. Si soffermò solo per per qualche istante in più del dovuto per annotare il codice e poi mi ringraziò andando oltre, come da prassi.

Stavo già meditando se fosse maggiore la delusione per la mancata reazione o il sollievo per non essere stato sputtanato in pubblico con qualche battuta, quando mi arrivò il suo messaggio:

La faccia tosta non ti manca certo Andrea. Stasera finisco alle 18 a Milano.

(continua)

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La camicia

Che poi magari avrà pensato a come presentarsi…un vestitino leggero, un tacco intrigante, della biancheria all’altezza delle aspettative…

Invece basta la mia camicia bianca, raccolta con disinvoltura dal pavimento dove era stata gettata frettolosamente e disordinatamente, testimone di un amplesso impetuoso, feroce, senza preliminari.

Una camicia vissuta e sciupata da una ordinaria giornata in ufficio, che diventa improvvisamente l’abbigliamento più sensuale, se indossata da una donna che sa ancora di sesso.

A questo pensavo, mentre con la mia lingua indugiavo tra le sue gambe, scostando i lembi della mia camicia dal suo seno e sentendo la sua mano premere sempre più sul mio capo, riprova di un nuovo orgasmo in arrivo.

 

 

 

 

Cosa desideri per dessert?

Ormai il vino comincia a fare il suo effetto. Il clima è più rilassato, intimo.

Fisso i tuoi occhi e continuando a parlare come se nulla fosse, appoggio, sotto il tavolo, la mia mano sulla tua gamba. Sembri sorpresa, non tanto per il gesto in sé, nascosto dalla tovaglia in stoffa,  ma per come sia riuscito a non far trasparire la minima esitazione nel tono della mia voce, ovviamente calmo e profondo, come piace a te.

Le tue pupille si allargano leggermente mentre senti la mia mano che dal ginocchio, lentamente sale, verso l’interno coscia, dove la pelle è più morbida e sensibile.

La mia voce continua a fluire senza soluzione di continuità mentre i miei occhi ormai ti inchiodano. A volte si riesce a scopare anche solo con uno sguardo.

La mano continua a salire e le tue risposte non riescono a nascondere qualche esitazione.

Raggiungo le mutandine. Le accarezzo, sono leggermente umide. La fica è un po’ gonfia, lo sento al tatto con una leggera pressione della mano.

Infilo due dita impertinenti sotto l’orlo dello slip, all’altezza dell’inguine.

Ora la pelle è decisamente più calda e in maniera più evidente anche umida.

Sento il piccolo rigonfiamento delle labbra.

Senza interrompere mai il contatto coi tuoi occhi, e senza smettere mai di parlare, accarezzo il clitoride, turgido, e poi delicatamente ti infilo il mio dito medio.

Il respiro si fa più profondo e la tua bocca si morde nervosamente il labbro inferiore.

Mi chiedi di smettere, ma i tuoi occhi tradiscono la verità.

Cosa desideri per dessert?

cena a due

La spesa

Porta il burro…e anche una banana, non troppo matura.

Ma dobbiamo scopare o andare alla prova del cuoco?

Adoro prenderlo per il culo quando vuol fare il macho.

Però ubbidiente quella sera mi presentai a casa sua, con una borsina da supermercato. Una bottiglia di buon prosecco, qualche sacchetto di schifezze da mangiare, un casco di banane e soprattutto, un panetto di burro.

Lo svolgimento delle nostre serate era ormai collaudato. Appena entravo in casa toglievo le scarpe, un bacio appassionato e la sua mano che mi stringeva il culo. Poi il copione poteva avere molteplici varianti.

Quella sera mi ritrovai subito in ginocchio, con col mio vestitino a fiori ancora addosso e il suo cazzo piantato in gola, lottando coi conati mentre la sua mano mi spingeva la nuca.

Ma il bello doveva ancora venire.

Forse era già pronto per sborrare o forse giudicò che il burro si era ammorbidito a sufficenza. Però mi fece alzare e sollevando la veste dal basso, mi fece sdraiare sul tavolo della cucina, mettendomi a novanta gradi ed espondendo le mie terga ai suoi occhi e alle sue mani.

Mentre la sua mano sinistra mi accarezzava il culo e la fica, con la destra prese il panetto, lo scartò in maniera approssimativa e con le sole dita staccò un pezzo di burro.

La mia visuale era parziale, con il viso schiacciato sul freddo tavolo di marmo. Ma mi fu sufficente vedere le sue dita imburrate per sapere che qualche istante dopo le avrei sentite trafficare sul mio orifizio, dentro e fuori, lavorandolo sapientemente, ammorbidendolo, allargandolo, col pollice e con le altre dita.

Quando mi ritenne pronta, tolse le dita e a da li a poco sentii il suo cazzo spingere, facendosi largo.

Il burro svolse efficacemente il suo compito, agevolando l’entrata del suo uccello dentro di me. Dopo qualche attimo sembrò compiacersi del suo gesto.

Ti piace prenderlo nel culo, troia?!

La sua frase fu una via di mezzo tra la domanda e l’esclamazione, a cui comunque risposi come da copione.

Sentii le sue spinte farsi sempre più forti e più veloci, mentre dalla sua bocca uscivano frasi sempre più oscene.

Se devo essere sincera, godo di più quando mi scopa la figa, però so quanto gli piaccia sodomizzarmi e a me piace sentirlo godere così.

Fu questo il mio pensiero mentre col viso sempre schiacciato sul tavolo in marmo mi venne nel culo, accasciandosi subito dopo, ancora col fiatone, sulla mia schiena.

Anche se non potevo vederlo, potevo sentirlo sorridere, compiaciuto, mentre era addosso a me, facendomi sentire, solo ad amplesso finito, il peso del suo corpo.

Con una mano a quel punto cercai nella borsina del supermercato, che ancora era sul tavolo, una banana, che mostrai a lui.

E questa? Te la sei dimenticata?

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La prigione

Non è la prima volta, ma ogni volta è una piacevole sorpresa. Osservare così da vicino il  rosa della tua pelle umida, sentire l’odore del sesso e ogni volta ho bisogno di qualche istante per godermi quello spettacolo dal mio posto privilegiato in prima fila.

Poi arriva il momento di rompere gli indugi e avvicinandomi, annullo quei pochi centimetri che separano la tua fica dalla mia lingua.

Le tue mani prepotenti subito prendono la mia testa. Non te ne basta una, le vuoi usare entrambe per essere sicura che non mi possa più muovere da quella posizione. Una gabbia dorata da cui solo un tuo orgasmo potrà liberarmi.

Ma non ho timori, ormai ti conosco e con fare felino comincio ad usare la mia lingua fra le tue gambe, alternando sapientemente lenti colpi al clitoride, alle labbra e con la stessa penetrando più profondamente di tanto in tanto. A volte mi aiuto anche con le mie di labbra, per succhiare o coi denti per mordere. E ogni volta sento il tuo corpo fremere di più, come una scossa di terremoto con epicentro fra le tue gambe.

Gli effetti si vedono, lentamente ma inesorabilmente. Il tuo respiro diviene sempre più pesante, le parole da te sussurrate sempre più oscene, la pressione delle tue mani sempre più forte e la tua fica, sempre più aperta.

Non ricordo quanto durò la mia prigionia, se pochi minuti o una mezz’oretta. Però non mi liberai fino al raggiungimento del mio compito. Solo in quel momento il tuo respiro cominciò a rallentare, la tua bocca assetata a reclamare un po’ d’acqua e le tue mani a mollare la presa. Solo in quel momento potei alzare lo sguardo scorgendo i tuoi occhi compiaciuti e appagati.

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L’uomo della palestra

Domenica, tardo pomeriggio. A quest’ora in palestra vengono solo i separati, i single, quelli che non hanno nessuno a casa che li aspetti.

L’affollamento delle serate infrasettimanali è un lontano ricordo, questa settimana poi c’è anche il ponte e i frequentatori si contano sulle dita di una mano, forse due.

Lui però l’ho notato immediatamente. Alto, moro, fisico tornito, sguardo profondo…un figo eccezionale insomma.

Non so cosa ci faccia qui tutto solo, ma un bocconcino così non voglio proprio lasciarmelo scappare.

Inizia il rituale del corteggiamento. Sguardi ammiccanti, sorrisi intriganti…e poi vedere quei pettorali gonfiarsi, il sudore sulla fronte..mmmhhh che voglia.

Sul più bello esce di scena, senza neanche un cenno di saluto, una parola scambiata, lasciandomi letteralmente a bocca asciutta.

Delusa decido di consolarmi nella zona relax.

Entro sopra pensiero nel bagno turco e inaspettatamente mi ritrovo a sbattere letteralmente contro di lui.  Lo guardo dall’alto in basso. La sua bocca è a pochi centimetri dalla mia. Non so chi abbia iniziato, ma ci ritroviamo avvinghiati in un bacio appassionato, con le nostre lingue impegnate a cercarsi e avvinghiarsi.

In quell’Hammam non c’è nessuno e mi ritrovo poco dopo a gambe larghe sui gradoni rivestiti dagli azzurri mosaici, con il costume spostato e il suo cazzo dentro di me. Tutto intorno è silenzio, penombra, avvolto da quella densa nebbia rischiarata debolmente dai riflessi multicolore dell’inconsistente illuminazione.

Entra qualcuno. Velocemente ci ricomponiamo, anche se la scarsa visibilità impedisce all’intruso di capire ciò che stava accadendo.

Ci sediamo fianco a fianco e mentre con la mano continuo a sentire il suo desiderio accarezzandone il gonfiore fra le gambe, sottovoce gli sussurro:

“casa mia è qui vicino. Vuoi venire a finire il lavoro lasciato a metà?”

Abbiamo scopato tutta notte. Ripetutamente e divinamente.

E’ per questo che verso la mattina, in uno di quei momenti di riposo, tra un amplesso e l’altro, mi ha sorpresa confessandomi:

“Erano anni che non scopavo…con una donna”

2007.09.18 Hotel Pineta

Il suo gioco

Giochiamo?!

Avrebbe dovuto essere una domanda, ma il tono della voce lo fece apparire più un ordine perentorio.

Certo, risposi.

Iniziò così i preparativi del suo gioco, che prevedevano il fatto che rimanessi completamente nuda, sdraiata sul suo letto, con una benda sugli occhi, una corda ad immobilizzarmi le mani e un paio di cuffiette alle orecchie.

Partì la musica ed un lento e ipnotico giro di percussioni mi pervase la testa, impedendomi di udire alcun rumore esterno.

Lui rimase con me ancora qualche istante finendo di sistemare il mio corpo, quasi fossi un manichino da maneggiare senza troppa cura. Poi sparì, non so se per qualche minuto o forse meno, ma non me ne preoccupai e rimasi in attesa.

Stavo cominciando ad apprezzare la musica che martellava il suo ritmo incalzante quando sentii le sue mani sulle mie gambe. Non mi sorprese. Mi aspettavo che iniziasse dal basso.

Quello che invece mi sorprese fu il contatto con…il ghiaccio? No, non era abbastanza freddo. Un toy? Magari un dildo? Forse, tanto più che dopo avermi accarezzato la fica, ormai già bagnata, me lo infilò fra le gambe.

Non sembrava grande, ma era piacevole sentirlo muovere, roteare, anche perchè abilmente accompagnava quei movimenti a piccoli colpi di lingua sul clito e sulle labbra.

Poi lo estrasse e lo fece scorrere, risalendo sul mio corpo. Sull’addome, sull’ombelico, fra i seni, fino ad arrivare alle mie labbra, che avevo incosapevolmente dischiuso, pronte ad accogliere l’oggetto misterioso.

Mi aspettavo un sapore di plastica o di gomma…invece sapeva di fragola e di fica.

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