Legami

Prendi la corda.

Per legare i miei polsi e le mie caviglie.

Voglio essere immobilizzata, trattenuta, fermata.

Voglio essere la tua schiava, la tua bambola, la tua troia.

Voglio essere l’oggetto dei tuoi desideri e delle tue perversioni.

Voglio essere la cloaca dei tuoi umori e dei tuoi pensieri.

Un essere inerme, senza facoltà di agire, di parlare, di credere.

Un essere da manipolare, da maneggiare, senza cura né riguardo.

Prendi la corda e legami i polsi, legali stretti.

Voglio essere tua.

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L’impronta

Adoro scoparti, ma non è di questo che voglio parlarti.

Voglio parlarti invece del piacere dell’impronta. Quella dei miei denti sulla tua pelle.

Sulla gamba, sulla tibia, proprio su quel lembo di morbida carne in corrispondenza del polpaccio. Cosi vicina alla mia bocca mentre ti indosso, con le tue gambe sulle mie spalle e io che spingo dentro di te alla ricerca di un orgasmo liberatorio.

Oppure sulla scapola, quando ti prendo da dietro. E’ in quella posizione che ho la possibilità di prenderti le spalle, avvicinarle e di affondare i miei denti in quell’incavo di carne così debole, proprio sotto il collo, come un lussurioso vampiro.

Quando vedo l’impronta, quando assaggio il sapore della tua pelle, quanto sento il tuo dolore mescolato al piacere sotto i miei denti, ti sento mia.

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Certo che quei quattro o cinque colpi con la mano…

Era quello a cui stava pensando l’indomani mattina mentre svogliatamente tuffava nella tazza di latte bianco i pochi biscotti che si concedeva per colazione.

La sera era andata come da programma. Aperitivo, cena e infine il dopocena, con un sapiente lavoro ai fianchi, fatto di maliziose battute e sguardi via via sempre più espliciti.

L’aveva quindi fatto salire a casa e senza finti imbarazzi lui l’aveva scopata come si deve, con desiderio e con sapienza, giocando con tutto il corpo. Questo senza fretta ma toccando le giuste corde, e non solo quelle evidentemente, fino a farle raggiungere un orgasmo prima ancora che la penetrasse tra le gambe.

Ciò nonostante la scopata le era comunque piaciuta, non un puro esercizio ginnico, ma un susseguirsi di cambi di posizioni e di ritmo, tali che se fossero proseguiti ancora per qualche minuto, sarebbe con molta probabilità venuta ancora.

Invece venne prima lui, ed evidentemene nel dubbio che nessuno dei due prendesse precauzioni, sfilò il suo uccello dalle sue gambe e si mise a cavalcioni sopra il suo viso, menandosi il cazzo.

Giusto quei quattro o cinque colpi prima che un potente schizzo di sperma, denso e caldo, le bagnasse il viso, cercando inutilmente di centrare la sua bocca aperta a ricevere la sua comunione carnale.

La prossima volta avrebbe assaporato meglio il suo sapore.

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Come un detective

Il giorno dopo Simona riuscì ad incrociarlo. Quella mattina l’uomo misterioso non fece il suo “spettacolo” alla finestra ma lei riuscì a capire ugualmente quando sarebbe uscito e come si fosse vestito.

Lo incrociò mentre a passo veloce si dirigeva alla vicina fermata della metropolitana. Senza farsi notare lo seguì a qualche metro di distanza, notando il suo modo di gesticolare mentre era al telefono. Anche se poteva vederlo solo di spalle avrebbe scommesso che stesse sorridendo. La sua voce era piacevole, non troppo bassa ma nemmeno fastidiosamente alta.

Mentre scese le scale per raggiungere la stazione affrettò il suo passo per avvicinarsi. Non voleva rischiare di perdere il contatto nella folla del primo mattino.

Lui era in un completo grigio chiaro, con una camicia azzurra e una cravatta scura, tendente al bordeaux, le scarpe ben lucidate nere e un inaspettato orologio colorato al polso destro.  Altezza nella media, capelli corti e occhi marrone scuro.

Mentre il treno entrava in stazione rallentando, gli andò più vicino, giustificata anche dalla ressa dalle persone che volevano salire. Non aveva odori particolari probabilmente non si metteva il profumo né tantomeno fumava.

Lui non si sedette e lei, rimanendo sempre invisibile, si mise a suo fianco reggendosi al palo di sostegno.

Durante il viaggio notò come lui passasse il tempo cazzeggiando col telefonino, girando tra i social. Questo le permise, sbirciando, di capire come si chiamava.

In una delle fermate del centro lui scese insieme alla gran parte della gente sul treno e lei riprese il suo discreto inseguimento per cercare di capire qualcosa di più della vita di quel uomo.

Aspettò fuori da un bar che finisse il suo caffè e infine lo vide entrare in un palazzo di vetro. Per entrare ci voleva il badge e questo la fermò definitivamente. C’erano più società in quell’edificio, quasi tutte sembravano nel settore finanziario.

Prese nota dei vari nomi su un taccuino che aveva in borsa e soddisfatta fece ritorno a casa.

Non fu difficile rintracciarlo su almeno un paio dei maggiori social.

Ormai era nuovamente a casa. Accese il computer e tornò ad osservare la foto del profilo. Era scattata al mare, probabilmente in barca. Sorrideva e aveva gli occhiali da sole.

Lei ripensò alla mattina precedente, riuscendo questa volta ad associare il viso ai movimenti eccitanti di quell’uomo.

Fra le sue gambe sentì nuovamente un caldo e umido richiamo. Lasciò la presa sul mouse e cominciò ad accarezzarsi la fica. Gli occhi si socchiusero con l’immagine di lui ben impressa in testa. Lo avrebbe voluto fra le gambe, ma per oggi si sarebbe accontentata delle sue dita.

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Dalla finestra

Simona lo notò casualmente mentre sorseggiava il caffè appena versato. Era affacciata al davanzale della cucina e con lo sguardo che vagava senza meta notò quella finestra leggermente più in basso nel palazzo di fronte. Era una camera da letto e le finestre aperte per il caldo lasciavano scorgere la figura di un uomo nudo sdraiato sul letto.

Non si muoveva, almeno così sembrava. Forse stava ancora dormendo.

Incuriosita andò nella cameretta del figlio, in quei giorni dai nonni in campagna e prese il suo binocolo.

Una volta tornata in cucina cercò l’uomo disteso, ma non lo vide più. Si era evidentemente alzato. Indugiò curiosa fra le finestre di quell’appartamento finchè non lo scorse nuovamente. Si sentiva come James Stewart in quel vecchio film in di Alfred Hitchcock che aveva visto una volta. Lo scorse in maniera sfuggevole mentre si allacciava i polsini della camicia, poi un’ultima volta completamente vestito con un elegante abito chiaro da ufficio. Lo vide abbassare leggermente la tapparella e scomparire definitvamente dalla sua vista.

L’indomani aspettò che il marito uscisse di casa e non appena rimase sola, corse in cucina per vedere se c’era ancora quell’uomo. Fù fortunata. Prese nuovamente il binocolo del figlio e questa volta notò che non dormiva.

Si stava masturbando. Con la mano menava velocemente il suo uccello mentre con l’altra si accarezzava il petto.

Rimase affascinata.

Simona non aveva mai visto un uomo masturbarsi. Con suo marito il sesso era un’attività senza troppa fantasia. Quando capitava la prendeva nella posizione classica del missionario. Solo da giovani avevano provato qualcosa di diverso, ma mai aveva avuto occasione di vedere suo marito, l’unico con cui avesse mai fatto sesso, masturbarsi.

Passò qualche minuto a vedere quell’uomo muovere la mano, prima velocemente, poi più lentamente e poi nuovamente veloce, finchè, suppose, raggiunse l’orgasmo.

Col cannocchiale non riusciva certo a vedere le gocce di sperma sulla sua pancia, però le immaginò, dense e copiose, come in quelle foto che la sua amica Laura ogni tanto le girava su whats’up.

Simona sentì le sue mutandine inumidirsi e la sua figa gonfiarsi. Avrebbe voluto toccarsi, ma aveva le mani impegnate a reggere il binocolo.

L’uomo rimase qualche istante fermo, nella stessa posizione in cui l’aveva notato il giorno prima. Dopodichè anche stavolta si alzò, sparì dal suo raggio visivo, per poi riapparire qualche minuto più tardi vestito di tutto punto per abbassare nuovamente le tapparelle.

A quel punto corse velocemente all’armadio per mettersi il primo vestitino che le capitò sottomano, si mise un paio di sandali e uscì velocemente di casa per andare a cercare quell’uomo. Voleva solo incrociarlo, vederlo da vicino, osservare il colore dei suoi occhi, magari sentire il tono della sua voce con la scusa di una banale informazione da chiedere

Ma non lo trovò. Forse usciva direttamente dal garage in auto, o magari non aveva fatto in tempo a scendere le scale in tempo.

Un po’ delusa rientrò a casa, ossessionata ed eccitata dal pensiero di quell’uomo.

Però ora le mani non erano più impegnate a reggere il binocolo.

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Il racconto

Nel precedente episodio

Di tutto il gioco, la parte che piaceva ad Anna era il racconto finale.

Ecco perché si accomodò sul divano e mi guardò con uno sguardo di attesa, aspettando che iniziassi il mio racconto.

Non sono mai stato così in imbarazzo. Potrebbe essere mia madre. Dopo aver passato tutto il giorno a mandarmi messaggini maliziosi e sguardi languidi, mi ha fatto andare con lei al supermercato. Non ti dico al reparto verdura le allusioni di fronte alle zucchine e alle banane.

Poi mi è toccato portare due sacchi di spesa e pure un cestello di acqua fino a casa sua. Ero tutto sudato.

Per lei però non pareva un problema. E’ andata in camera a cambiarsi ed è tornata vestita come una puttana da casa chiusa. Un rossetto osceno che sembrava voler dire: Dammi il tuo cazzo.

Me lo ha preso in bocca. Cazzo se li sa fare i pompini. Ti risucchia anche i calzini quella.

Ammetto che dopo pochi minuti ero già pronto per sborrare.

Allora ho preso in mano le redini del gioco. L’ho girata, messa a gattoni sul divano e da dietro le ho sfilato le mutandine. Mentre lo facevo ho sentito se era bagnata…un lago.

Ho preso dalla tasca il preservativo e l’ho indossato. Mentre lo facevo lei aspettava guardandomi incuriosita da uno specchio che aveva in soggiorno. Chissà se potesse parlare quello specchio.

Poi gliel’ho appoggiato e rapidamente l’ho infilato tutto fino in fondo. Avessi potuto avrei infilato anche le palle che nel frattempo sentivo così gonfie e pronte per esplodere.

Mi sono bastati pochi colpi, non ce la facevo più.

Ho sborrato dentro di lei chiudendo gli occhi e stringendo i suoi fianchi. Penso di averle lasciato anche il segno delle dita.

Lei se lo è tenuto ancora un po’ dentro, massaggiandosi con la mano e accarezzandomi il membro. Non penso lei abbia goduto fino in fondo, ma si vede che le piaceva quella sensazione.

Delicatamente l’ho sfilato stando attento a non sfilare il preservativo. Mi ha indicato la porta del bagno e sono andato a sciacquarmi sul bidet.

Quando sono tornato in soggiorno indossava una vestaglia elegante ed un sorriso malizioso. Era stata di parola e aveva fatto la sua parte.

Prima di salutarmi, mi ha baciato sulla guancia e poi mi ha sussurrato nell’orecchio “quando devi pagare ancora pegno prova a fermarti tutta una notte”.

Non so come farò a guardarla ancora negli occhi domani in ufficio.

Anna sembrava compiaciuta del mio racconto.

Ora però toccava a lei.

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A casa di Antonia

Nel precedente episodio

Non scherzava. Mi è toccato accompagnarla all’Esselunga, come se fosse mia mamma.

Io spingevo il carrello e lei compiaciuta che mi chiedeva “prendimi il latte, i biscotti li in alto, anche l’acqua che pesa….”

Non vedevo l’ora di finire per evitare di essere visto da qualcuno.

Carichiamo la spesa nel bagagliaio. Salgo nella sua auto che avvia verso casa sua. Mi sorride: “Grazie Marco, sei stato gentile”, dice posandomi una mano sul ginocchio.

Una volta arrivati  scarico la spesa e l’accompagno dentro casa. Se non fosse per l’abbigliamento sembrerei il garzone del negozio sottocasa.

Vive da sola con l’unica compagnia di un paio di gatti sornioni.

C’è un po’ di disordine. Più di quello che mi sarei aspettato. “Scusami ma stamattina non prevedevo di ricevere visite. Mettiti comodo che arrivo subito”.

Dopo aver sistemato la spesa la vedo scomprire dietro la porta che da alla zona notte.

Rimango solo, coi due gatti che mi guardano disinteressati. Sono un po’ in imbarazzo e mi metto a curiosare nella sua libreria per inganannare il tempo. Thriller, romanzi rosa, racconti erotici e qualche libro d’arte.

Dopo un po’ si apre la porta e spunta lei, con una vestaglia leggera che lascia intravedere una lingerie davvero interessante. Si è truccata in maniera più appariscente, devo ammettere che nonostante la non più giovane età rimane sempre una bella donna.

E’ giunto il momento di pagare il tuo pegno?” mi dice maliziosamente

Mi si avvicina e comincia a slacciarmi la camicia. Sento l’erezione spingere nelle mutande, pregustando il prosieguo.

Antonia ha esperienza e la mette tutta sul campo.

Mi fa accomodare sul divano accovacciandosi comodamente sul tappeto davanti a me. Non perde nemmeno per un attimo il contatto visivo coi miei occhi. Il suo modo di guardarmi mi eccita più ancora della sua mano che mi slaccia i pantaloni.

Il cazzo spinge negli slip e quando lei li abbassa l’asta si erge prepotentemente come spinta da una molla.

Le sue labbra pittate di rosso acceso lo prendono in bocca ingoiandolo quasi interamente per poi lasciare un’inconfondibile impronta rosata sulla canna. La sua lingua lavora sapientemente e le sue mani mi solleticano le palle e l’ano.

E’ davvero brava e se continua così rischio grosso.

Anna mi ha ordinato di scoparla, non di farmi fare un pompino.

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Solo quando godi

Sento il tuo cuore battere solo quando godi.

Questo è ciò che mi hai detto stanotte, qualche istante dopo esserti venuto in bocca, col mio respiro era ancora in affanno e il sapore di sborra nel tuo alito.

Certo, in fin dei conti è solo un muscolo che serve a pompare sangue affinchè col mio uccello possa scoparti come meriti.

Ma forse non era quello che volevi dire.

 

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Pasquetta con sorpresa

Odio le feste.

Ma premessa a parte, cerco di mantenere un minimo di socialità, almeno nelle occasioni istituzionali.

Tra queste l’immancabile pic-nic di pasquetta, che ha, come di consueto, convinto i miei amici, un gruppo di ex giovani single, a confrontarsi con tovaglie a scacchi, torte pasqualine e crostate di marmellata.

Il gruppetto assortito, i più di ex giovani e qualcuno di ex single, decide di ritrovarsi sui colli, fra prati verdi e boschi fitti.

Ci conosciamo quasi tutti, anche se gli ex single, spinti da uno spirito cupido (si esatto fa rima con stupido) tendono a portare qualche new entry sperando di fare cosa gradita ai single incalliti.

Però la giornata è piacevole e buoni dosi di prosecco aiutano a rendere il clima disteso e spensierato, con battute, ammiccamenti e risate.

Marco, il geometra amico di Franco, mi punta chiaramente. Non è male come tipo, sia chiaro, ma sembra troppo precisino per i miei gusti. Flirto ma senza troppa convinzione, giusto per vedere le sue reazioni.

Nel pomeriggio immancabile arriva l’abbiocco. I toni delle voci si abbassano e i corpi si distendono sui teli.

Io però devo pisciare e il bosco fitto lì vicino sembra perfetto per espletare i miei bisogni.

In silenzio mi muovo senza dire nulla a nessuno. Le mie amiche più strette erano tutte assopite, non volevo disturbarle e io francamente ho passato da un po’ la fase in cui devo avere compagnia per andare in bagno.

Mi addentro nel bosco cerco un posto riparato e mi accuccio, tirando giù le mutandine.

Quel piacevole senso di svuotamento della vescica mi rilassa, facendomi chiudere occhi e sensi, tanto da non farmi sentire il rumore dei passi di Marco che evidentemente mi aveva seguito di nascosto.

Mentre mi asciugo con un fazzolettino si palesa a qualche metro di distanza.

“Serve una mano?” chiede maliziosamente.

A quel punto ho due alternative: mandarlo a cagare in malo modo o stare al gioco.

Non ho voglia di rovinare la giornata al gruppo e decido di sfidarlo con la seconda opzione.

“Sarebbe gradita, se la sapessi usare bene”.

Mi alzo sfilandomi definitivamente le mutandine e facendo ricadere la gonna leggera sulle gambe.

Lui si avvicina, inchiodandomi con lo sguardo e con il corpo ad un albero alquanto rubusto che avevo alle spalle.

E’ chiaro che le mutandine rosse che reggo in mano lo abbiano eccitato in maniera definitiva, tanto da sentire il suo cazzo spingere attraverso suoi pantaloni.

La sua lingua viene a cercare la mia e la sua mano destra mi solleva la gonna.

Non mi ero asciugata per bene e di questo se ne accorge anche lui.

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Non me l’aspettavo

Mi accogli come sempre, quattro chiacchiere per mettermi a mio agio, poi i baci, sempre più profondi, più espliciti.

Le tue mani cominciano a frugare dappertutto, così come le mie.

Mi spogli, rimango con solo gli slip.

Poi ti ricordi della punizione, quella che mi avevi promesso il giorno prima per quella mia battuta.

Il tuo sguardo si fa serio e mi ordini di sdraiarmi, prona, sulle tue ginocchia. Tento di abbozzare un sorriso, stai giocando, lo so.

Ma il tono della tua voce è deciso e perentorio. “Vieni qui e sdraiati”.

Obbedisco e mi protendo sopra le tue ginocchia. So dove vuoi andare a parare.

Mi abbassi le mutandine, lasciandomi le terga esposte alla tua vista. Normalmente non c’è nulla di strano, ma in questa situazione mi sento un po’ in imbarazzo.

Mi accarezzi il sedere per qualche istante e poi…sciaff…sento forte la tua mano sculacciarmi, manco fossi una bambina che ne ha combinata una.

Prima una volta, poi la seconda e in stretta sequenza una terza. Il dolore è sopportabile ma sento il calore irradiarsi sulla pelle. Pur non potendo vedere, la immagino arrossata col segno delle tue dita su di me.

Volevi punirmi e lo stai facendo.

Non so se essere spaventata o sorpresa. Forse entrambe le cose. Però quando riprendi schiaffeggiando alternativamente la mia chiappa destra e quella sinistra, mi sento sciogliere. Se prima ero bagnata ora sono un lago.

La tua mano a quel punto non mi percuote più e comincia invece ad accarezzarmi, sia pur minacciosamente.

Mi aspetto da un momento all’altro una nuova sequenza di colpi e invece sento le tue dita farsi largo fra le natiche cercando la mia fica. Non sono certo delicate, ma quando le infili dentro, godo.

Il tuo cazzo nel frattempo è diventato duro.

Mi fai spostare sul divano lasciandomi sempre a carponi, mentre ti sento slacciare i pantaloni.

So già come proseguirai.

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